Quando oggi al bar di riferimento ho ordinato un Chinò sono stato pervaso da un imperfetto ed ondivago sentimento. Lo volevo davvero? Il retrogusto dolceamaro, tutte quelle bollicine, era davvero quello che mi serviva? Non mi bastava la bottiglietta di naturale? Non avevo già soddisfatto i miei bisogni fondamentali? Sì, dai, mi bastava. Poi le bibite troppo gassate possono alterare l'equilibrio interno e le budella sono un pò come uno spogliatoio: chiuse nell'umido, avvolte su se stesse, legate a dinamiche alchemiche ed imperscrutabili e soprattutto generanti strani odori che si infilano sotto le porte. Meglio non mettersi in condizione di risultare imbarazzante, di non poter gestire il borborigmo. Mi dicevo, no, niente Chinò. Basta così. Ci penseremo poi.
Ma la voluttà premeva. La sublime sensazione della bevanda dell'ottimismo, pazzerella e genialoide. Si sa, al cuor non si comanda, ma al Piacere ancor meno. Così mi sono girato verso il bancone ed al barista un pò bauscione ho detto: "mi dia un Chinò. Non mi serve ma ne ho assolutamente bisogno".






